La ricerca di Silvia in USA: al confine tra malattie cardiovascolari e tumori

Silvia Dragoni  (dottorato di ricerca in Fisiologia e Neuroscienze all’Università degli Studi di Pavia), giovanissima ricercatrice di 28 anni, da marzo è ricercatrice post-dottorato a Lowell, Boston, presso il Department of Biological Sciences della University of Massachusetts, nel laboratorio del Professor Matthew Nugent, dove ha iniziato la ricerca finanziata da Fondazione Veronesi.

La ricerca di Silvia è al confine tra malattie cardiovascolari e tumori; studia un tipo particolare di cellule, poco conosciute ai più ma importantissime nel nostro organismo: i progenitori delle cellule che formano colonie endoteliali (ECFC). Le cellule endoteliali costituiscono le pareti dei vasi sanguigni.

«Questi progenitori sono mobilitati anche in situazioni patologiche, come in caso di ischemia o verso i tumori per sostenerne la crescita», spiega Silvia. Le cellule ECFC, infatti, sono le uniche in grado, differenziandosi, di generare nuovi vasi sanguigni.

«Un importante ruolo in questo processo è giocato da un fattore di crescita, detto fattore endoteliale vascolare (VEGF), che promuove la proliferazione e la migrazione delle cellule ECFC e il loro differenziamento, interagendo col microambiente del tessuto», continua Silvia.  Si tratta di meccanismi molto sofisticati e complessi, e la ricerca di Silvia vuole proprio gettare luce sulla relazione tra cellule endoteliali immature (ECFC), fattore di crescita VEGF e microambiente, per comprendere come si originano nuovi vasi sanguigni.

La applicazioni terapeutiche che potrebbero derivare da questo studio sono duplici e molto interessanti. «Le cellule ECFC da una parte potrebbero essere utilizzate per stimolare la riparazione dei tessuti nella malattie cardiovascolari, dall’altra comprendere i meccanismi di formazioni di nuovi vasi può fornire un’arma in più per combattere la vascolarizzazione tumorale». I tumori, infatti, stimolano lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni per nutrirsi e crescere, fenomeno chiamato angiogenesi tumorale.

Tuttavia, prima di poter passare alla sperimentazione di terapie cliniche basate sulle cellule ECFC è necessaria ancora tanta ricerca.  Il progetto di Silvia è un esempio di come spesso, in medicina, le conoscenze che derivano da una ricerca di base possono avere importanti applicazioni in ambiti diversi, in questo caso nella cura dei tumori e delle malattie vascolari.

CERVELLO IN FUGA? «Fare ricerca all’estero per molti aspetti è molto più semplice» spiega Silvia, «Vengono stanziati molti più fondi. Di contro, avere risorse limitate come in Italia ti spinge maggiormente ad ingegnarti e sviluppi la tua capacità di risolvere i problemi: questo è uno dei motivi per cui i ricercatori italiani sono particolarmente brillanti e apprezzati all’estero».
«Non ho ancora deciso dove mi trasferirò definitivamente in futuro, credo che in parte dipenderà dai risultati che otterrò qui  in America e anche da come si evolverà la situazione in Italia. In America ci sono di sicuro più possibilità ma anche maggiore competizione».

Anche Silvia infatti vive con preoccupazione l’annoso problema della ricerca scientifica in Italia, che non manca di un capitale umano di ottimi scienziati. «I veri nodi da sciogliere sono l’assenza di fondi adeguati e spesso, anche di meritocrazia». «Molti validi ricercatori non riescono ad ottenere posti di lavoro che meriterebbero, assegnati invece a chi  poi non contribuisce adeguatamente alla ricerca scientifica».

SCIENZA PER IL PROGRESSO – Silvia è convinta che la scienza stia alla base della vera conoscenza e che rappresenti una possibile, concreta soluzione a molti problemi che affliggono la società. «La scienza ci ha dimostrato che siamo tutti uguali, e che le differenze tra gli uomini basate sulla razza, sulla religione, sulla classificazione sociale, in realtà non significano niente. Se ci affidassimo alla scienza, vivremmo in un mondo migliore».

 

Fonte: fondazioneveronesi.it

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