BioCord scende in campo in difesa della conservazione autologa

BioCord, l’associazione delle biobanche private (presieduta dalla Dottoressa Irene Martini, direttore scientifico di SmartBank), dice basta alla crociata personale contro la conservazione autologa del sangue del cordone ombelicale, del tutto priva di fondamento scientifico, del genetista Licinio Contu, presidente della Federazione Italiana Associazioni Donatori Cellule Staminali (Adoces).
E’ il momento di fare chiarezza, secondo BioCord, in particolare ora dopo l’infondatezza di una notizia divulgata da Contu sul rapporto Adoces 2011, pubblicato online, secondo la quale tra i bambini che hanno conservato per uso autologo il sangue cordonale nelle banche private ci sarebbe un aumento di casi di anemia aplastica severa. I dati della letteratura scientifica lo smentiscono e richiamano la comunità scientifica a riconsiderare l’utilità del banking privato: secondo un lavoro pubblicato sulla rivista Pediatric Blood Cancer lo scorso luglio, l’uso di autologo di cellule staminali da sangue cordonale nel trapianto per anemia aplastica severa deve essere considerato una fonte alternativa all’uso allogenico e, per alcune patologie, è addirittura più promettente.
Quanto alla inutilità della conservazione privata, sottolineata nel documento Adoces, va ribadito che le banche private conservano il sangue cordonale non solo il bambino stesso (uso autologo), ma per la sua famiglia, cioè per l’utilizzo intrafamiliare, il più frequente in ambito onco-ematologico, in particolare tra fratelli, per i quali esiste una probabilità di compatibilità totale del 25% e parziale del 39%. Una convinzione, questa, condivisa anche dallo stesso Ministero della salute. Secondo Cord Blood la conservazione privata del sangue cordonale per la propria famiglia rappresenta, quindi, una scelta razionale e ragionevole, dal momento che il Ministero, pur riconoscendo la validità scientifica della conservazione e dell’uso del sangue cordonale sul bambino (uso autologo) o soprattutto sui consanguinei (uso intrafamiliare), la sostiene economicamente e la consente in Italia solo se la malattia è già stata diagnosticata prima della nascita.
Quanto alla presunta gratuità della donazione pubblica, Cord blood sottolinea come la conservazione del sangue donato dalle mamme italiane sia retribuita in realtà con le tasse dei cittadini e come ogni banca pubblica riceva circa 17.000 Euro dalla struttura che utilizza il campione per ogni sacca rilasciata.
Infine, secondo BioCord, in un Paese dove il 97% dei cordoni viene gettato tra i rifiuti ospedalieri dopo il parto, bisognerebbe non perdere tempo, ma migliorare l’informazione e rafforzare la cultura della donazione e della conservazione.

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