Diagnosi preimpianto lecita: la Corte europea conferma la sentenza con un nuovo no alla legge 40

Il 28 agosto scorso una sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo bocciava un articolo della legge 40 sulla fecondazione assistita, che vietava l’accesso alla diagnosi preimpianto degli embrioni per una coppia italiana fertile, ma portatrice sana di fibrosi cistica.
 La Corte accoglieva così il ricorso di Rosetta Costa e Walter Pavan, avvenuto nel 2010, stabilendo che la legge 40 violava il diritto al rispetto della vita privata e familiare. La coppia, che aveva già un figlio malato, dopo aver scoperto di essere portatrice sana di fibrosi cistica, aveva infatti deciso di ricorrere alla fecondazione in vitro per poter fare i test genetici sull’embrione prima dell’impianto ed escludere così la trasmissione della malattia (possibilità vietata dalla legge 40). Con la sentenza i magistrati avevano sottolineato l’incoerenza del sistema legislativo italiano, che vieta la diagnosi genetica preimpianto, ma permette l’aborto terapeutico in caso di un feto con fibrosi cistica.

Ora, a distanza di pochi mesi, la Corte europea di Strasburgo conferma la sentenza, rendendola definitiva, esprimendosi di nuovo contro la legge 40 e bocciando così il ricorso con il quale l’Italia aveva chiesto il suo riesame. Per gli avvocati Filomena Gallo e Nicolò Paoletti, rispettivamente segretario dell’associazione Luca Coscioni e difensore della coppia Costa Pavan, con questa bocciatura del ricorso del governo la legge 40 si dovrà adeguare alla Carta europea dei diritti dell’uomo, prevedendo l’accesso alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita e la conoscenza dello stato di salute dell’embrione  (diagnosi pre-impianto) anche per le coppie fertili portatrici di patologie trasmissibili ai figli (attualmente riservate alle coppie infertili).

La legge 40, insomma, è da riscrivere.

 

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