La Chiesa non è contro la scienza e la ricerca sulle cellule staminali

“Non si può far finta che tutto sia sbagliato”

Padre Tomasz Trafny è il responsabile dell’ufficio “Scienza e fede” del Pontificio Consiglio della Cultura che ha organizzato in Vaticano la grande conferenza sulle cellule staminali adulte che si è conclusa ieri. Vatican Insider lo ha incontrato per parlare del modo in cui la Chiesa reagisce ai cambiamenti nella medicina e del rapporto tra scienza e fede, dei suoi limiti e prospettive.

Perché il Vaticano ha organizzato una conferenza sulle cellule staminali?

“Il Pontificio Consiglio della Cultura è stato fondato per dialogare con il mondo contemporaneo e la sua cultura, che è molto impregnata dalla scienza. Il mio dipartimento “Scienza e fede” fa un’analisi culturale degli sviluppi delle scienze naturali, soprattutto in quei campi che influiranno sulla nostra concezione dell’essere umano e modificheranno stili di vita e percorsi sociali. Immagini uno scenario, non poi così lontano, in cui le persone vivranno più di 100 anni e sarà standard ciò che fino a poco fa era un’eccezione. La nostra società cambierà profondamente in termini di assistenza, in termini economici, di assicurazione medica, pensioni: noi dobbiamo capire che questa oggi è una grande sfida della società e della Chiesa, e dobbiamo pensare in avanti per capire le possibili dinamiche sociali e culturali che diventeranno a breve la realtà”.

E dentro la Chiesa come vengono recepiti questi cambiamenti?

“Vogliamo aiutare vescovi e fedeli a capire la differenza tra la ricerca sulle cellule staminali embrionali e quelle adulte. Sfortunatamente da una nostra indagine abbiamo scoperto che se alla gente in Chiesa o nella strada si chiede delle cellule staminali, la mente va subito alle staminali embrionali e si risponde che sono una cosa proibita dalla Chiesa. Noi vogliamo far vedere che c’è una ricerca ad altissimo livello che la Chiesa supporta e incoraggia, perché la Chiesa non è contraria alla scienza e alla ricerca. Si tratta di un malinteso e vogliamo dare un segnale forte di supporto alla scienza”.

Le staminali sono un tema controverso, lo si vede anche in questi giorni in Italia. C’è un valore polemico o di scelta di campo nello scegliere questo campo di ricerca biomedica per l’impegno del Vaticano?

“Abbiamo pensato a lungo al taglio da dare al nostro coinvolgimento: entrare in un campo polemico non risolve nessun problema e non porta benefici. Quindi non abbiamo l’obiettivo di far sorgere polemiche o dibattiti, o di stigmatizzare chi fa ricerca sulle staminali embrionali. È molto più benefico puntare sulle cose positive già fatte: la ricerca sulle staminali adulte è andata talmente avanti che di fatto oggi abbiamo più di 3000 percorsi di ricerca medica sulle cellule staminali adulte e meno di 30 su quelle embrionali. Dobbiamo tener presente che non tutti sono cristiani, con la nostra stessa gerarchia di valori. Quindi perché dobbiamo tentare di stigmatizzarli quando c’è la possibilità enorme di far vedere quanto è avanzata la ricerca medica sulle staminali adulte e quanti benefici può portare?”.

Ma anche tra i cattolici c’è chi contesta questo approccio, come testimoniano le polemiche sulla conferenza sulle staminali organizzata dalla Pontificia Accademia per la Vita e poi annullata in extremis. Come rispondete a questi critici?

“È difficile accontentare tutti, ci sono dei singoli credenti che hanno visioni più estreme. Ma la maggior parte dei fedeli riscontra nel quotidiano i problemi di salute di tutti gli esseri umani: le società invecchiano, oggi non c’è famiglia senza una persona anziana che non sia affetta da malattia degenerativa. Bisogna saper sfruttare in maniera intelligente il dono della conoscenza scientifica senza creare false paure nei cuori della gente. E non si può far finta che tutto sia sbagliato”.

C’è chi non vuole che la Chiesa offra una ribalta a scienziati che magari in passato hanno lavorato con le staminali embrionali…

“Non vogliamo far finta che chi fa ricerca embrionale non esista, il nostro compito non è fare critica etica  – per questo ci sono altri dicasteri della Curia. A noi tocca l’indagine culturale, nel panorama culturale esistente”.

Sperate che anche grazie a questa conferenza i governi di molte parti del mondo diano più attenzione – e più fondi – alla ricerca sulle staminali adulte?

“Non vogliamo influenzare i governi. Ma abbiamo invitato gli ambasciatori presso la Santa Sede per far vedere i benefici e lanciare un messaggio positivo. Speriamo possa arrivare anche ai governi. Noi costruiamo ponti, non accendiamo fuochi, vogliamo invogliare le persone a unire le loro forze per investire in qualcosa di promettente che avrà un impatto socio-culturale a lungo termine”.

Cosa possono insegnare le scienze alla fede e alla Chiesa?

“Le scienze offrono una maggior comprensione dell’essere umano. Ad esempio pensiamo all’impatto della ricerca scientifica nella teologia pastorale: vent’anni fa era impensabile fare un funerale cattolico a un suicida, non gli si permetteva nemmeno di venire seppellito in terra consacrata. Oggi sappiamo dalla scienza medica che nessuno che sia psicologicamente sano si toglie la vita. Questo è un contributo della scienza che ha modificato la morale della responsabilità ma anche la prassi pastorale. In effetti, molti settori della teologia morale nascono proprio dal confronto con le scienze, come l’inseminazione artificiale e la sessualità. Ma dobbiamo pensare anche al futuro, alla conoscenza che verrà dalle scienze neurocognitive a quello che ci diranno sulla responsabilità umana e sul peccato…”.

Può fare qualche esempio?

“Fino a che punto possiamo violare la corporeità umana senza influenzare la psiche umana? A volte le persone che hanno ricevuto il trapianto di un arto chiedono di amputarlo perché non lo sentono proprio: dov’è il limite? Dobbiamo saper riflettere su queste cose. Oggi c’è una grande apertura anche da parte degli scienziati, si avverte la necessità di uno sguardo più ampio alla realtà spirituale dell’essere umano. Noi possiamo imparare qualcosa da loro per essere pronti alle sfide del futuro”.

Ma il mondo della scienza vorrà veramente ascoltare quello che la Chiesa ha da dire? e saprà recepire il suo contributo?

“Oggi non basta impartire direttive, bisogna conquistare un tipo di autorità epistemica – che è diversa da quella deontica, che impone un dovere. È un dato di fatto. Ecco perché accompagnare gli scienziati è meglio che aspettare che sviluppino qualcosa e poi bacchettarli. Dobbiamo accompagnare la ricerca passo dopo passo”.

 

Fonte: Vaticaninsider.it

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