Staminali per rigenerare il fegato, italiano il primo trapianto al mondo, ma già fa discutere

Solleva problemi bioetici e fa discutere la comunità scientifica il recente trapianto di staminali impiegate per rigenerare il fegato di un uomo di 72 anni con cirrosi epatica in uno stadio molto avanzato della malattia: le cellule sono infatti state prelevate da feti abortiti terapeuticamente. La procedura tuttavia ha un precedente ed è stata accettata dal Comitato nazionale di bioetica già nel 2005. Lo sostiene il direttore del Centro Nazionale Trapianti Alessandro Nanni Costa, affermando che l’uso di cellule fetali provenienti da un aborto terapeutico è permesso all’interno di norme e procedure ben precise e regolamentate, tra cui il consenso della donna e nessun interesse da parte di chi ha praticato l’aborto. Si tratterebbe, insomma di un trapianto di cellule, già usato per esempio con gli epatociti (le cellule del fegato), ma con modalità diverse, che destano comunque molte perplessità, soprattutto nella Chiesa. Tanto che per il cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita,  tra i massimi esperti cattolici di bioetica, la tecnica sarebbe lecita solo se l’aborto è stato spontaneo, fermo restando il consenso della madre.

“Resta comunque il dato, rassicurante, che fortunatamente oggi è possibile ottenere molti tipi di cellule a partire dalle cellule staminali pluripotenti indotte o Ips (induced pluripotent stem cells) o “cellule bambine”,  riprogrammate artificialmente “- precisa la dottoressa Irene Martini, direttore scientifico di SmartBank -“L’uso di queste cellule derivate da cellule somatiche adulte (per esempio della pelle) sta diventando infatti oggi sempre più sicuro”.

L’intervento, il primo al mondo di questo tipo, è stato eseguito al Policlinico Umberto I di Roma nell’ambito di un protocollo di ricerca che include 20 pazienti malati gravemente, sostenuto da finanziamenti del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,  dal Consorzio Interuniversitario dei Trapianti d’Organo e dall’Agenzia Regionale dei Trapianti. Le staminali pluripotenti, in grado cioè di maturare, dando origine a cellule adulte di tipo molto diverso, sono state infuse nel fegato del paziente attraverso l’arteria epatica, con l’obiettivo di ricostituire aree di fegato funzionanti nel giro di due mesi. Se la risposta sarà positiva, la nuova tecnica permetterà di sostenere pazienti in lista d’attesa per il trapianto di fegato (troppo spesso eccessivamente lunga). L’intervento rappresenta il punto di arrivo di cinque anni di ricerche condotte dal gruppo di Domenico Alvaro ed Eugenio Gaudio (della facoltà di Medicina e Farmacia dell’Università Sapienza di Roma, in collaborazione con il gruppo statunitense di Lola Reid, della North Carolina University), che hanno coordinato l’intervento. 



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